La fede non si impone

4 11 2009

Luigi Coppola, responsabile dell’UDC, nella sua lettera definisce la sentenza della Corte europea come un “grave atto di intromissione nella cultura e nella tradizione di uno Stato”. In parte giusto il suo punto di vista, perché una Nazione, e non uno Stato, che non ricorda i suoi valori è uno stato che non ha futuro.

Quella del “crocifisso” credo sia diventata una vera e propria “guerra” in cui si cerca continuamente la supremazia sulle idee dell’altro. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che la presenza del crocifisso in classe “è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”.  È chiaro che la Chiesa non riconosca questa sentenza perché, ancor prima, non riconosce quei diritti. Mi ha colpito particolarmente la frase del responsabile dell’UDC perché antepone le tradizioni di uno Stato sovrano appartenente all’UE alla nostra Costituzione in cui risiedono gli stessi principi enunciati dalla Corte e in cui la cultura e le tradizioni da lui citati hanno sicuramente un ruolo secondario rispetto a questi.

Attenzione a non scambiarla come una “guerra con altre religioni più integraliste”, non è una questione di reciprocità: qualora altre culture non si comportino “civilmente” come noi, non per questo bisogna “regredire” nel campo del riconoscimento della altre culture.

Quindi concludo, la presenza del “crocifisso” nelle scuole è una imposizione da parte dello Stato che lede la libertà di scelta di religione di ogni individuo.  La sentenza non mette in dubbio quelle usanze che sono oggi parte integrante della nostra vita sociale, ma rileva come una violazione la presenza del simbolo più caratteristico della religione cattolica, in un luogo educativo pubblico che prima di attenersi alle “radice cattoliche”, in cui chiaramente molti italiani si riconoscono, dovrebbe attenersi alla Costituzione. Io sono un ateo, ma nutro un profondo rispetto per coloro che credono in qualcosa che io “non riesco a vedere”. E proprio perché penso che la fede sia una cosa meravigliosa, ritengo che imporla sia la peggiore violenza.

Risposta all’intervento di Lugi Coppola apparso oggi su TENEWS.





Primarie del PD: IO CI TENGO!!!

23 10 2009

Il 25 ottobre, presso la sede dell’autoscuola di Via F.Cavallotti, puoi votare per le elezioni primare del Partito Democratico dalle 8.30 alle 20.00.

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Puoi votare se hai almeno 16 anni e sei: cittadino italiano, cittadino europeo con residenza in Italia, o cittadino di un altro paese con permesso di soggiorno in Italia. È sufficiente un documento d’identità e la tessera elettorale. Per i minorenni e i cittadini stranieri serve solo il documento.

Le schede sono due: una di colore azzurro per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea Nazionale, un’altra di colore rosa per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea Regionale.
Sceglierai il tuo Segretario tracciando un unico segno su una delle liste dei candidati ad esso collegati. Nella stessa scheda si può votare solo una delle liste collegate.

E non dimenticare di versare un contributo minimo di 2 euro per aiutarci a sostenere l’iniziativa. Al momento del voto riceverai la molletta “Ci tengo”, simbolo di queste primarie.





L’angelo…

25 06 2009

L’Angelo ha portato buone nuove a tutti i nostri partiti politici.

Il PdL canta vittoria.

Il PD è talmente felice di non essere crollato, da entrare in delirio e prevedere un’imminente fine della destra.

La Lega proclama un trionfo degno di Caio Giulio Cesare.

L’UdC esulta perchè, soprattutto al Sud, il suo voto parrocchiale e clientelare ha fatto la differenza.

La sinistra extraparlamentare esce un attimo dalla tomba per sentenziare che il fallimento referendario prelude a un imminente ritorno al potere del marxismo-leninismo.

La verità è che, anche questa volta, ha vinto la destra, soprattutto grazie alla Lega, ma le dimensioni del successo sono inferiori a quanto ci si attendeva, perchè numerosi suoi elettori sono rimasti a casa, forse per un iniziale disgusto nei confronti del caro papi.

L’astensionismo ha raggiunto livelli elevatissimi.

L’istituto del referendum, così come attualmente previsto, ha rotto a tutti.

Il Pd ha preso un brodino, ma se non cambia radicalmente struttura, tutto sarà inutile.

Si può ragionevolmente prevedere che, nell’immediato e medio futuro, tutti noi continueremo a prendercelo allegramente nel solito posto.

E anche l’Angelo sarà meglio che torni presto a casa, se non vuole rischiare grosso.

Franco





il 6 e 7 giugno, vota così!

1 06 2009

FAC – SIMILE DI VOTO

FAc-simile Europee

Fac-simile Provinciali





FATTI PROCESSARE BUFFONE, RISPETTA LA COSTITUZIONE!!!

20 05 2009

La sentenza di condanna di Mills: “Mentì per salvare Berlusconi”. Le motivazioni del Tribunale di Milano: secondo i giudici l’avvocato inglese agì “da falso testimone” e consentì al Cavaliere “l’impunità dalle accuse di corruzione”. La posizione del presidente del Consiglio è stata stralciata grazie al Lodo Alfano.

“Mentì per salvare Berlusconi”. Per questo l’avvocato inglese David Mills è stato condannato a Milano a 4 anni e 6 mesi dai giudici milanesi. Il legale, condannato per corruzione in atti giudiziari agì “da falso testimone “per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati”. E’ questo uno dei passaggi delle motivazioni (leggi il documento completo), circa 400 pagine, della sentenza con la quale il tribunale di Milano ha motivato la condanna del legale inglese.

Mills, scrivono i giudici nelle motivazioni, “ha agito certamente da falso testimone da un lato per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalle accuse, o, almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute sino a quella data, dall’altro ha contemporaneamente perseguito il proprio ingente vantaggio economico”. I giudici milanesi ricordano che oltre ai 600mila dollari ritenuti “il prezzo della corruzione”, Mills nel 1996 percepiva direttamente da Berlusconi almeno 45mila sterline dichiarate al fisco inglese. “Enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali” che il legale riceveva da Berlusconi.

In pratica, scrivono ancora i giudici, “la condotta di Mills era dettata dalla necessità di distanziare la persona di Silvio Berlusconi dalle società off shore, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero, la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi”.

In sostanza, per i giudici, “il fulcro della reticenza di Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, sta nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi la proprietà delle società off shore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti”.

La condanna per l’avvocato inglese era arrivata nel febbraio di quest’anno. A conclusione di un’inchiesta che tirava in ballo il premier e che aveva visto una prima ammissione di colpa di Mills. Il legale nel luglio del 2004 aveva raccontato ai pm di aver ricevuto 600mila dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi in cui era coinvolto Berlusconi: le tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian.

Poi, nel gennaio 2009, la ritrattazione e il tentativo di discolpare il presidente del Consiglio (la cui posizione è stata stralciata in seguito all’approvazione del “Lodo Alfano” che garantisce l’imminutà alle alta cariche dello Stato). Una svolta che permise al premier di evitare il rinvio a giudizio per corruzione chiesto dia giudici nel 2006.

da www.repubblica.it





L’editoriale di Ezio Mauro, vale molto più di 100 comizi e 1000 sondaggi

15 05 2009

È MOLTO facile rispondere alle parole di Silvio Berlusconi pronunciate ieri contro “Repubblica”, che nell’inchiesta-documento di Giuseppe D’Avanzo gli aveva rivolto dieci domande per chiarire gli aspetti più controversi del caso politico nato attorno alle candidature delle veline nelle liste Pdl, alla denuncia di “ciarpame politico” di Veronica Lario, alla festa di compleanno della giovane Noemi alla presenza del Premier, nel ruolo indiscusso di “Papi”. Molto più difficile, per il Cavaliere, rispondere alle domande del nostro giornale. Anzi, impossibile. Berlusconi non sa rispondere, davanti alla pubblica opinione, perché con ogni evidenza non può. Ciò che ha detto su questa storia, nei lunghi monologhi mai interrotti da una vera richiesta di chiarimento, cozza fragorosamente con ciò che hanno raccontato gli altri protagonisti, e soprattutto con quel che la moglie sa e ha denunciato. Meglio dunque tacere, rifiutare la verità, la trasparenza e il confronto, il che per un uomo pubblico equivale alla fuga. Una fuga accompagnata ovviamente da insulti per il nostro giornale, perché il rumore (domani amplificato dai manganelli di carta al suo servizio) copra il vuoto, la mancanza di coraggio e la scelta necessitata dell’ambiguità.

Ma l’uomo in fuga è il Presidente del Consiglio. Dunque questa incapacità o impossibilità di fare chiarezza, cercando la verità, è immediatamente un fatto politico, un handicap della leadership, una macchia istituzionale qualsiasi cosa nasconda, fosse anche soltanto l’incapacità di accettare un contraddittorio sui lati che restano poco chiari di una vicenda che ha fatto il giro dei giornali e dei siti di tutto il mondo. Una storia nella quale l’unica cosa che non c’entra proprio nulla è la privacy.

Berlusconi è infatti l’uomo che ha unito pubblico e privato fino a confonderli, con la sua biografia trasformata in programma elettorale per gli italiani e spedita nelle case di 50 milioni di elettori all’inizio della sua avventura politica: mentre oggi, quindici anni dopo, continua a vendere sul rotocalco di famiglia gli ex voto elettorali della sua infanzia aureolati nella patina reale del fotoromanzo, con l’immagine adolescente della Prima Comunione poche pagine prima del brindisi anziano di Casoria.

Le domande di “Repubblica” volevano appunto bucare questa nuvola nazional-popolare dove si sta cercando di trasportare nottetempo il caso Berlusconi, lontano dalla responsabilità istituzionale e politica di dire il vero agli italiani. Nascevano semplicemente, come abbiamo detto a Palazzo Chigi proponendo un confronto diretto col Premier, dalla constatazione che a due settimane dall’inizio della vicenda troppe cose rimanevano da spiegare, anche perché nessuna vera richiesta di chiarimento era stata rivolta al Cavaliere, e la sede televisiva del “rendiconto” – quella del suo personale notaio a “Porta a Porta” – si era in realtà rivelata la sede di un lungo monologo: per accusare la moglie ed esigerne le scuse, invece di rispondere alla sua denuncia (la politica che seleziona veline diventa “ciarpame senza pudore”, “mio marito frequenta minorenni”, “mio marito non sta bene, ho implorato coloro che gli stanno accanto di aiutarlo”) rovesciando la realtà davanti agli italiani.

Questa mancanza di chiarezza e di confronto, con domande precise e risposte nette, ha ingarbugliato le cose. Tra il racconto del Premier e i racconti degli altri protagonisti di questa vicenda si sono allargate incongruenze evidenti, pubbliche, inseguite da spiegazioni postume che aprivano nuovi fronti controversi e dunque suscitavano altre domande. In tutto il mondo civile, dove esiste una pubblica opinione e la funzione autonoma della stampa, le contraddizioni del potere e la mancanza di chiarezza sono lo spazio naturale del giornalismo, del suo lavoro d’inchiesta, del suo sforzo documentale e infine delle sue domande.

Questo abbiamo provato a fare, senza dare giudizi e senza una tesi finale da dimostrare. Ci interessa il percorso tra le contraddizioni di un uomo pubblico in una vicenda pubblica, mettendo a confronto versioni e racconti che vanno tra loro in dissonanza, per domandare infine al protagonista di spiegare perché, proponendo la sua verità dei fatti.

Oggi dobbiamo prendere atto che il Presidente del Consiglio, invece di rispondere alle domande, scappa dalle vere questioni aperte che chiamano in causa la sua credibilità, e lo fa insultando, cioè cercando di parlar d’altro. “Invidia e odio”, a suo parere, sono i motivi della “campagna denigratoria che “Repubblica” e il suo editore stanno conducendo da giorni” contro il Presidente. Che c’entra l’editore con l’inchiesta di un giornale? Non esistono scelte autonome da parte di un quotidiano nella cultura proprietaria del Premier? Cosa bisogna dunque pensare delle domande che proprio ieri il “Giornale” berlusconiano rivolgeva in prima pagina a Di Pietro? E soprattutto, cosa c’entrano con un’inchiesta giornalistica i sentimenti dell’odio e dell’invidia? Può il Cavaliere concepire, per una volta, che si possa indagare sui suoi atti e persino criticarli senza odiarlo, ma semplicemente giudicandolo? Può rassegnarsi a pensare che esiste ancora qualcuno, persino in questo Paese, che non lo invidia affatto, né a Roma né ad Arcore né a Casoria? Può infine ammettere che dieci domande non costituiscono una denigrazione, soprattutto se le si può spazzare via dal tavolo con la semplice forza della verità?

Il Cavaliere denuncia infine che “attacchi di così basso livello” giungano in prossimità del voto europeo: ma i tempi e soprattutto il livello di questa vicenda non li abbiamo scelti noi, nemmeno la location di Casoria, le luci delle fotografie festose e i comprimari, i monili, la favola bella dei genitori che si baciano in esclusiva per “Chi”, la ragazza incolpevole di tutto ma soprattutto sicura che approderà negli show televisivi o in Parlamento, l’uno o l’altro intercambiabili, l’importante è sapere che “deciderà Papi”. Non abbiamo deciso noi che tutto questo valesse prima la critica della Fondazione “Farefuturo” di Fini e poi lo strappo di un divorzio pubblico come l’offesa ricevuta, dunque politico come tutto ciò che accade al Cavaliere: da parte di una moglie che il grande rotocalco con cui si impagina oggi l’Italia dipinge come incapace di autonomia, fragile e sola, dunque preda di suggeritori mediatici e politici, unica spiegazione che ripristini la sacralità mistica del carisma intaccato dall’interno, quando una donna ha deciso (prima e unica, in un quindicennio) di rompere il cerchio magico dell’intangibilità sciamanica del Capo.

Per il Cavaliere, chi lo critica non può avere autonomia. Per lui, l’adesione è amore e fede, dunque la critica è tradimento e follia, le domande – non essendo contemplate e per la verità neppure molto praticate, nel conformismo del 2009 – diventano “odio e follia”, in un discorso pubblico fatto di vibrazioni, dove tutto è emotivo.

Che cosa concludere? La storia che ha fatto il giro del mondo resta tutta da chiarire, perché il Presidente del Consiglio sa solo minacciare, ma non può spiegare. Dunque continueremo a fare domande, come fossimo in un Paese normale, per quei cittadini che chiedono di sapere perché vogliono capire, rifiutando di entrare nel grande fotoromanzo italiano che sta ingoiando quel che resta della politica.

da www.repubblica.it





Contributi: poveri noi

23 02 2009

Il povero Veltroni non poteva farcela in alcun modo con quel gruppo di vipere, che, anche quando lui aveva appena dato le dimissioni, continuava pretescamente a invocare l’unità di partito come unica via d’uscita.

L’unica via d’uscita invece è recuperare la propria identità: democristiani con democristiani e riformisti con riformisti, perchè la vera unità che la gente esige è l’unità di idee, di valori e di progetti. Perchè dove c’è chiarezza, là c’è anche la possibilità di riconoscersi, entusiasmarsi, unirsi.

Meglio se, invece di partire da un 35% che crolla vertiginosamente, si inizia da un 15% che aumenta rapidamente.

Ma non c’è da sperare: andrà avanti così ancora per chissà quanto tempo.

E Di Pietro resterà la nostra ultima speranza.

Poveri noi,

Franco.


Caro Franco, mi scuso se solo ora posto il tuo prezioso contributo ma me lo ero proprio scordato. Sinceramente anche io, ad oggi, non ti so dire se le dimissioni di Veltroni sono state un bene o no. Io penso che bisogna smettere di guardare a quello che eravamo applicando ad oggi ideologie passate. Questo significa che c’è una destra forte e più sinistre che la storia insegna non possano stare insieme. Io rimango convinto che il PD sia il mio partito, indipendentemente dall gruppo dirigente. E’ il mio partito perché mi rappresenta con il suo statuto ma soprattutto con la sua collocazione attuale nell’insieme dei partiti.

Ho conosciuto dei DS molto litigiosi, un PD con rivalse tra veri e falsi leader. Inizio a pensare che non vi sia soluzione in quest’epoca moderna. Certo è l’unità che la gente chiede e non riusciamo a garantirla. Ma la soluzione non è dividersi perché anche in quel 15% ci sarà una parte che non è d’accordo, un Parisi di turno. E allora quale sarà il passo successivo, dividersi di nuovo?

Diminuirà i suoi voti probabilmente, ma non è solo colpa del PD. Neanche degli elettori che non ci capiscono certo. Ma questa è un’Italia che preferisce una persona dal soldo facile al governo, un’Italia in cui ora lo stipendio dei parlamentari non è più un problema e così via. La gente semplicemente sceglie, con tutto il suo diritto. Lo stesso che fa si che un partito come il PD debba portare avanti le sue idee, anche se sa di non poter vincere, almeno per ora. Per questo dicono alla fusione con l’UDC.

La soluzione non è Di Pietro, buone idee ma associate ad un partito unipersonale basato interamente sulla sua figura. Un partito è un’altra cosa.

Un saluto, Davide.





Lo spettacolo è assicurato

10 02 2009

Il mio intervento precedente non parlava di Eluana o del padre, non trattava una questione etica su cui io ho fermamente le mie idee. Ma tutt’altro e lo si può leggere dal titolo. Ora preferisco una volta per tutte che si lasci in pace la famiglia in questo momento. E il motivo sta proprio nelle parole che casualmente Franco mi ha inviato.

La povera Eluana è morta da poche ore e su quasi tutti i canali televisivi gli avvoltoi si sono lanciati sulla preda.

Ineffabili conduttori, che, per avere un aumento dello share, strangolerebbero anche la mamma, sono riusciti, in pochi minuti a raccogliere nei loro studi la solita torma di esperti del nulla e di politici in caccia di consensi che, con faccia compunta hanno scioccamente dissertato per ore su un dramma che non gli appartiene e che non possono capire.

Spettacolo ritualmente obbligatorio,ma profondamente nauseante.

Lo rivedremo alla prima occasione.

Franco





La fine dello stato di diritto

7 02 2009

Lo que Berlusconi está intentando es un auténtico y genuino golpe moral e institucional. Quiere imponer al país una ley medieval, que pretende sustraer al ciudadano el derecho sobre su vida y su propio cuerpo, para entregarlo a la voluntad totalitaria de la Iglesia y del Estado. Y como al hacer esto se enfrenta con todas las decisiones tomadas a este respecto por la magistratura (en todos los niveles, incluido el europeo) y con el rechazo del Jefe del Estado a firmar un decreto ley descaradamente anticonstitucional, Berlusconi anuncia que pretende dar la vuelta a la ley y a la Constitución con una sesión río del Parlamento y con proclamas dirigidas al “pueblo” (es decir a los telespectadores que manipula gracias a su monopolio televisivo)….”Intento de golpe” – El país, 7 febbraio 2009

Aprire “El país” e vedere titolato “intento de golpe” con la foto del Presidente del Consiglio fa un certo effetto anche per chi oramai dovrebbe esser abituato alle stranezze del nostro paese. “Golpe”, parola associata ad altre persone e ad altre situazioni di altri paesi lontani.

Con questo disegno di legge un governo legittimamente votato dagli italiani, poco importa chi ve ne sia a capo, mette la parola fine alla democrazia italiana, così come la conosciamo con la nostra Costituzione.

Si supera il principio della “generalità” della legge, si instaura un conflitto fra poteri costituzionali dello stato senza precedenti. La Costituzione è condizionata dall’ideologia filosovietica (De Gasperi e tutti i compagni della DC che l’hanno scritta e approvata erano note spie comuniste) ma oramai è solo “quella cosa su cui si giura prima di diventare Presidente del Consiglio, Ministri, Sottosegretari”. Si risolve a maggioranza e in fretta e furia un vuoto legislativo senza il consenso o il parere dell’opposizione e non c’è peggior legge di quella scritta sulla base degli umori del momento. Si utilizzano tutti i poteri ministeriali in mano al ministro del Welfare per impedire l’esecuzione di una sentenza, il controllo dei NAS, degli ispettori e bisognerà attendere un altro medico, quello che, secondo quanto previsto ieri dal governo prima con il decreto e poi con il disegno di legge, potrebbe interrompere da un momento all’altro la procedura già cominciata. Si scherza su un caso drammaticamente tragico, non si rispetta neanche i morti, perché Eluana è morta 17 anni fa. E infine, non per ordine di importanza, si china la testa, per l’ennesima volta, di fronte alla volontà della frangia più estremista della religione cattolica: il Vaticano.

Spesso parlare di dittatura ci fa incorrere nell’errore di paragonare l’odierna situazione a quella che abbiamo studiato sui libri o che qualcuno di noi purtroppo ha conosciuto. Oggi parlare di dittatura ha un altro significato e questa può definirsi tale: una dittatura moderna. Una persona che detiene il potere politico, la stessa che detiene il potere economico e dell’informazione. Un parlamento che è alla mercé della stessa persona e che non è più il luogo dove le leggi vengono discusse. Il Presidente della Repubblica è un ruolo politico e di parte, oggi è di sinistra domani sarà di destra. Il potere giudiziario non è più uno dei tre poteri indipendenti dello stato, perché oggi abbiamo visto con quale prepotenza si possa sovvertire le sue sentenze.

Prima si chiamava Italia, ora non lo so più.

“Venite voi soli a trovarla, per vedere con i vostri occhi”, Beppino Englaro nella lettera al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio.





Cosa fa l’opposizione?

27 05 2008

Veltroni è scatenato: continua, pacatamente, a dire cazzate mostruose.

A Chiaiano è in corso una guerra, scatenata dalla camorra per proteggere i propri interessi, legati alla gestione delle discariche abusive.

Berlusconi ha detto che lo Stato va avanti per la sua strada, Veltroni ha affermato che il problema va risolto con il dialogo.

Per una volta, Berlusconi ha ragione.

Per l’ennesima volta, Veltroni ha torto.

Ma non basta: a Milano, davanti ai circoli lombardi del PD, ha fortemente raccomandato il superamento del concetto dell’appartenenza di origine (DS o Margherita), bollando la tendenza a formare correnti interne.

Ma è arrivato dalla luna? Le due origini che si sono fuse sono il riformismo laico socialista e il centralismo cattolico, che hanno dato vita a un partito sociocattolaicocentralriformista, un mostro che fa ribrezzo anche a mamma sua.

E lui lo vuole monolitico, con un solo credo e un’unica volontà.

Cosa gli sta succedendo?

C’è sotto qualcosa? Un secondo fine?

Intanto l’opposizione la sta facendo Di Pietro!

Franco

Il commento del nostro amico Franco è condivisibile. E l’ennessimo mattone posato sopra i nostri nervi, tesi e  rassegnati dal fatto che in questa Italia del “grande fratello” e di “gusto, la rubrica del TG5 non avranno mai il piacere di distendersi allo specchio di un nostro governo. Ma ci si chiede perché patologicamente dopo l’immediata sconfitta l’opposizione riesce sempre a balbettare, i cittadini italiani devono cercare altrove la fermezza e la sincerità: attori, giornalisti, comici. Costretto a sentirmi rappresentato da loro? Da Moretti, Travaglio e Grillo che sfruttano, senza nulla togliere alle loro incontestabili doti professionali, gli errori (in serie) dei miei rappresentanti per un il loro lavoro, la loro visibilità, la loro economia. Un’opposizione rappresentata da Di Pietro e del suo partito unipersonale alla pari di Mastella, una struttura che vive con il solo sogno del fenomeno molisano ministro della giustizia (il che non sarebbe una brutta cosa, ma non è così che dovrebbero funzionare i partiti).

Nonostante ciò credo ancora nel progetto del PD pur condividendo le critiche agli scandali commessi dai nostri politici e alle loro posizioni in parlamento, una su tutte il caso Schifani. Travaglio ha ragione e l’insegnamento che ne traggo è quello di portare queste idee all’interno del mio partito, il PD. Sino ad oggi rimane l’unica progetto politico possibile. Male che vada, ti darò ragione.

Entusiasmo